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31 Agosto 2021

SOSTENIBILITÀ

STOP SINGLE USE PLASTIC: LA STRADA VERSO UN FUTURO SOSTENIBILE

A partire dal 3 Luglio è entrata in vigore in tutta l’Unione Europea la direttiva Single Use Plastic (Sup), che prevede la rimozione dal mercato o la riduzione di moltissimi prodotti usa-e-getta di utilizzo quotidiano. La proposta di legge è stata elaborata e approvata nel 2018 a Strasburgo e adottata dall’Unione Europea a Giugno del 2019. Ad Aprile di quest’anno è approdata anche in Italia come legge nazionale, generando però diverse resistenze e problematiche.

La direttiva, nello specifico, riguarda alcune categorie di oggetti in plastica monouso altamente dannosi per l’ambiente: si tratta di piatti e posate, cannucce, cotton fioc, palette da cocktail e per le bevande come il caffé, ma anche contenitori in polistirolo per alimenti e bevande, molto diffusi nei fast food. Le norme per il momento non riguardano i prodotti usa e getta più diffusi ma più difficili da sostituire con alternative ecologiche come, ad esempio, i sacchetti di plastica monouso, le bottiglie in Pet, i contenitori di plastica rigida, i filtri per le sigarette, gli articoli sanitari, le salviettine, e molti altri beni che resteranno in vendita. Diremo addio invece alla vasta gamma di oggetti monouso per i quali le alternative meno inquinanti esistono: per i negozianti sarà possibile continuare a vendere i prodotti sino a esaurimento scorte, dopodiché verranno proibiti del tutto. Inoltre, i produttori di alcuni di questi oggetti di plastica dovranno sobbarcarsi i costi per il loro smaltimento.

Una direttiva dall’impatto decisamente consistente, considerata dalla Commissione Europea quale momento che verrà ricordato nella lotta all’inquinamento dei mari, considerando che l’80% dei rifiuti marini è costituito da materiali plastici.

Le resistenze dell’Italia, come puntualizza il Ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, derivano dall’inevitabile ricaduta che la direttiva avrà sulle industrie italiane che operano nel settore della plastica, un comparto che secondo i dati forniti da PlasticsEurope corrisponde a circa 10mila imprese e 140mila occupati, dislocati principalmente nelle regioni del Nord.

Dello stesso avviso è Confindustria, secondo la quale la direttiva penalizzerebbe un settore industriale molto rilevante in Italia, quello dei produttori di bevande in bottiglia di plastica, che in Italia sono per il 70% prodotte in Pet. Nonostante questi prodotti non rientrino tra quelli banditi dal mercato, secondo Confindustria la direttiva richiederebbe adattamenti del settore troppo gravosi, legati a una necessaria riforma di un sistema di filiera inefficiente dal punto di vista della raccolta e del riciclo. Tra gli obiettivi fissati dalla Sup criticati da Confindustria troviamo, ad esempio, l’obbligo entro il 2024 di vincolare ogni tappo alla propria bottiglia – in modo da limitarne la dispersione incontrollata nell’ambiente - e l’obiettivo di arrivare entro il 2029 a un riciclo delle bottiglie usate pari al 90%.

Altre opposizioni sono state mosse dal Ministro dell’Ambiente Roberto Cingolani che ha fortemente criticato l’inclusione delle plastiche alternative nella direttiva, un settore italiano d’avanguardia che sarebbe inevitabilmente penalizzato dalla decisione dell’Unione Europea. La definizione di «plastica» contenuta nel testo, infatti, comprende tutti quei polimeri che sono stati modificati chimicamente, indipendentemente dalla materia di origine. Ai sensi della direttiva, dunque, una cannuccia realizzata a partire da mais o barbabietola andrà dismessa tanto quanto una fatta di plastica tradizionale.

Tuttavia non si può ignorare che questa decisione sia supportata da una relazione della Commissione Europea del Gennaio 2018, oltre che da numerosi test e ricerche scientifiche, che hanno dimostrato che non esistono prove definitive sul fatto che le cosiddette «plastiche naturali» subiscano, all’aria, in discarica o nell’ambiente marino, una biodegradazione completa in un arco di tempo ragionevole.

Secondo quanto dichiarato da Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna antinquinamento di Greenpeace Italia, in un’intervista rilasciata a Linkiesta., il governo italiano commette l’errore di partire da un assunto sbagliato, perché punta a sostituire gli oggetti in plastica monouso con altri oggetti monouso, anche se non in plastica. La direttiva invece ha tra i suoi obiettivi anche quello di promuovere approcci riconducibili alle logiche dell’economia circolare, che privilegiano prodotti riutilizzabili, con l’obiettivo primario di ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Inoltre, afferma Ungherese, la Single Use Plastic sarebbe una legge fin troppo permissiva, in quanto presenta diversi punti deboli che potrebbero compromettere l’applicazione nazionale come, ad esempio, la mancanza di quote minime da rispettare per la riduzione del consumo di quei prodotti che non sono stati eliminati completamente dal mercato, o l’assenza di misure specifiche da adottare per sostituire gli oggetti monouso con quelli riutilizzabili.

La risposta a queste lacune si può trovare nell’impegno delle molte Aziende del settore carta e cartone, come ad esempio il Gruppo Grifal, che stanno investendo significativi capitali in ricerca e sviluppo per arrivare rapidamente a proporre al mercato prodotti e sistemi davvero compatibili con le indispensabili necessità imposte dall’economia circolare. Per le sue proprietà ecologiche, quali l’alto tasso di riciclo e la biodegradabilità, il cartone è il candidato perfetto per riempire il vuoto lasciato da molti prodotti monouso in plastica o altri materiali inquinanti, ed è quindi questo il settore che potrà rispondere più efficacemente a tutte le esigenze ecologiche del mondo in cui viviamo e del mondo che sarà.

I differenti punti di vista che dividono il governo rischiano inoltre, se non risolti, di portare la Commissione Europea a intervenire con una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese: un risultato che andrebbe contro le aspettative di un Governo nato con una forte spinta verso la transizione ecologica.

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