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05 Marzo 2021

SOSTENIBILITÀ

SLOW FASHION: LA NUOVA FRONTIERA DELLA MODA

La ricerca di uno stile di vita più etico e sostenibile comincia sempre dalla consapevolezza. Oggi siamo chiamati a interrogarci su tutti gli ambiti della nostra quotidianità, perfino sulle nostre abitudini d’acquisto più comuni. Una di queste è certamente l’abbigliamento.

Da qualche anno il settore della moda ha cominciato a interessarsi a una produzione più etica e sostenibile, dando origine allo slow fashion: esso aspira a rivalutare la concezione che il consumatore ha dei propri vestiti, spesso percepiti come una merce da acquistare in grandi quantità a un prezzo economico, per poi essere rapidamente sostituita.

Questa percezione “veloce” dell’abbigliamento è in parte incoraggiata dal modello di business attualmente utilizzato dalla maggioranza dei grandi marchi, definito appunto fast fashion: esso è caratterizzato da un ricambio continuo di collezioni sempre aggiornate secondo gli ultimi trend, al fine di accontentare qualsiasi potenziale consumatore con una vastissima scelta di capi d’abbigliamento a basso costo.

Spesso, per garantire i volumi e il prezzo abbordabile, questo modello rinuncia alla qualità dei materiali e della lavorazione. Per riuscire a sostenere una produzione molto intensa su scala globale, sono necessari numerosi passaggi che spesso sacrificano la sostenibilità ambientale, come la coltivazione intensiva delle materie prime, la lavorazione e trasformazione dei capi d’abbigliamento mediante processi chimici nocivi e ad alto consumo energetico, e in ultimo la distribuzione dei prodotti finiti in tutto il mondo. La somma di questi impatti rende l’industria della moda la seconda industria più inquinante al mondo, seconda solo a quella petrolifera.

In questo contesto complesso, lo slow fashion si propone quasi come una nuova corrente di pensiero votata alla consapevolezza, al riciclo e alla limitazione degli sprechi, con lo scopo di rivalutare gli indumenti e gli accessori da semplici prodotti a veicoli di una coscienza ambientale e sociale. Si rivolge quindi al consumatore in cerca di una valida alternativa etico-sostenibile alle usuali abitudini d’acquisto: seguendo questa nuova concezione più consapevole, l’utente finale è portato ad acquistare meno capi d’abbigliamento che avranno un valore prima di tutto affettivo, selezionati a fronte di un’attenta ricerca.

La qualità delle materie prime selezionate e della lavorazione è proprio l’imperativo dello slow fashion in quanto aumenta il valore percepito dell’indumento, nonché la sua durabilità: quest’ultima è un elemento essenziale, secondo i fautori dello slow fashion, per limitare gli sprechi dovuti al rapido danneggiamento di abiti di qualità più modesta.

Il valore aggiunto di questi marchi è dovuto anche a un diverso approccio alla produzione: le aziende che utilizzano questo modello si impegnano a utilizzare materie prime e processi di lavorazione quanto più sostenibili possibile, utilizzando le risorse e la manodopera locale, al fine di limitare l’inquinamento ambientale e di sostenere artigiani e piccole e medie imprese che possono offrire un lavoro qualitativamente eccellente.

Sono tanti gli esempi di brand slow fashion che negli ultimi anni sono diventati sempre più rilevanti: piccoli marchi come Bionda Castana, Chalsie Joan e Telfar, sono diventati di tendenza proprio nel 2020, cogliendo l’opportunità per promuovere tramite i principali social network la loro filosofia “made to order”: ogni loro pezzo va in produzione solo dal momento dell’acquisto. Ciò significa che i clienti che li ordinano dovranno attendere tempi di produzione anche consistenti, ma per il pubblico a cui è destinato lo slow fashion non è un problema: l’attesa di un capo o di un accessorio unico, realizzato “lentamente” e con cura, diventa per i destinatari un motivo di amore e un valore aggiunto per il proprio acquisto.

I clienti di questo mercato sono affezionati soprattutto alla garanzia di una produzione sostenibile e trasparente. Nel caso di Bionda Castana, ad esempio, il tema del riciclo si esprime attraverso l’originale iniziativa di utilizzare gli scarti di lavorazione per produrre ogni mese dei modelli in edizione limitata, abbattendo completamente gli sprechi dell’azienda. Chalsie Joan realizza i suoi capi con materie prime reperite a chilometro 0. Inoltre, i brand slow fashion adottano una politica di totale trasparenza nei confronti dei propri destinatari: specificano sulle etichette dei capi la loro data di nascita, la composizione, i tempi di realizzazione, oppure un elenco che giustifichi tutti i costi che contribuiscono al prezzo finale dell’indumento. Tanti piccoli elementi di onestà e amore per l’ambiente e le cose ben fatte, che conquistano inevitabilmente il cuore del pubblico.

Se vi state chiedendo se il modello slow fashion funziona, la risposta è: sì, ma in maniera differente. Ovviamente le sue caratteristiche peculiari sono in antitesi con la quantità e la velocità di una vasta scala di produzione, ma il nucleo dello slow fashion è proprio questo. I brand che abbracciano questo modello di business non hanno come obiettivo il successo commerciale di massa, ma la creazione di una community di clienti affezionati all’ideologia e la cura che ci stanno dietro. Si tratta in definitiva di una concezione nuova della moda e delle abitudini d’acquisto, in un’ottica tutta “less is more”.

 

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